Franco D’Andrea

Franco D'Andrea
Franco D’Andrea

Marzo 2011 – di Gigi Bortoli

Oggi Franco D’Andrea, grande pianista jazz, uno dei musicisti più prestigiosi della nostra regione, compie 70 anni. Un compleanno importante anche sul piano artistico, che cade a ridosso dell’assegnazione conferitagli a gennaio a Parigi dall’Académie du Jazz quale «Musicista dell’anno», ma che corrisponde anche a 50 anni di musica sulla scena europea. Il giorno del compleanno D’Andrea lo spenderà nel preparare il concerto che domani lo vedrà di scena a Rimini con Dave Douglas. Ma il 14 marzo l’artista meranese sarà nella nostra regione, a Trento, dove si esibirà col suo quartetto e in trio (con Mauro Ottolini e Daniele D’Agaro e gust artist il batterista Han Bennink).  Franco D’Andrea, 70 anni di cui 50 di carriera. Da dove ha iniziato?  Belle cifre, certo. Mettiamola così: i 50 anni di carriera sarebbero in realtà 49 se li contiamo non dai primi passi di musicista qui a Merano ma dal primo concerto veramente da professionista. Era il 1962 al Festival di Bled (Lubiana) nell’allora Jugoslavia, dove era ospitata la residenza estiva del Maresciallo Tito. Lì conobbi il trombonista Albert Mangelsdorff. Ricordo che con lui feci anche una gita in barca. Al festival mi esibii in quartetto. Una formazione di matrice bolognese, tra cui c’era anche Lucio Dalla. Fu quello il primo concerto in cui il mio fu un ruolo inter pares con gli altri musicisti. Un ricordo che mi resta tenero, come teneri erano quei primi passi da professionista del jazz, il linguaggio della mia vita.  Quando ebbe la prima percezione di una certa notorietà nel mondo del jazz?  Anche in questo caso un concerto. Nei primi anni Settanta, a Bergamo, quando mi ritrovai a suonare con un Jean-Luc Ponty lanciatissimo, pieno d’energia. E per me averlo rincontrato a Parigi in occasione del premio conferitomi è stato un immenso piacere che mi ha fatto ripercorrere anni di musica al fianco di grossi personaggi e di elaborazione della mia musica. Quella stessa musica che mi avrebbe portato alla creazione del Modern Art Trio. Un punto chiave del mio percorso musicale. E di quel periodo mi resta stampato in mente un altro concerto con musicisti che hanno fatto un tratto della mia strada: Giorgio Azzolini e Franco Tonani.  Una gemma nella sua carriera resterà il riconoscimento conferitole a Parigi in gennaio.  È stato un momento magico. È anche difficile trovare le parole. Un fatto inatteso e per questo ancor più apprezzato. Quando poi cade a ridosso dei settant’anni forse puoi guardarti dentro e scoprire che, sì, la tua coerenza, la tua passione, la tua tenacia, ti hanno premiato. E tutto questo senza inseguire mode o facili chimere.  Lei nella nostra regione ha operato a diverse latitudini e in diversi abiti: come concertista ma anche come insegnate di Jazz. Che idea s’è fatto del pubblico e dei musicisti jazz?  Il pubblico c’è ed è competente. Sa cogliere anche passaggi jazzistici che guardano in avanti. Di riflesso anche i musicisti sono cresciuti e altri stanno crescendo. Come insegnate al Conservatorio di Trento per tanti anni è un fenomeno che ho toccato con mano. E anche l’esperienza meranese dell’European Workshop, che celebrerà i 10 anni quest’anno, testimonia di questo interesse per il jazz. È un processo necessariamente lento – il publico è composto spesso da giovani e giovanissimi – ma la crescita e il ruolo culturale che rappresenta quest’esperienza non potrà che portare buoni frutti.

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