Racconti – Erzählungen Lucia Suchanska

Mio Padre – Nei giorni dei concerti rientrava verso le 22:00 con addosso il frack sopra la camicia di un bianco impeccabile e stirata a dovere, papillon, un cappotto, i capelli perfettamente a posto, i baffi tirati come sempre, e in mano la custodia lunga rigida con la maniglia in pelle, che conteneva l’arco. Il contrabbasso non rientrava mai con lui, rimaneva in auditorium, e io ero invidiosa che non se lo doveva portare dietro come me (il mio piccolo contrabbasso). Rientrava affamato ma mai si è tirato indietro quando io curiosa chiedevo com’è andata. Mi raccontava del direttore d’orchestra, se era bravo o meno, dei colleghi, dei passaggi difficili e secondo lui inutili, delle matite che spezzerebbe ai certi compositori. Un giorno del 1993 è rientrato completamente su di giri. Ci ha raccontato che ha vissuto un esperienza eccezionale, e io ero già scettica, figuriamoci poi quando ha raccontato di una bambina prodigio di 10 anni che si è esibita come solista accompagnata dall’orchestra in concerto di MENDELSSOHN. Dovevate vedere la mia faccia!!!! Ero sempre stata prevenuta verso questi piccoli geni, bambini prodigio o virtuosi (scegliete voi l’etichetta da appiccicare) anche perché odiavo la loro fortuna, il loro non dover faticare come lo dovevamo fare noi altri esseri umani meno fortunati.
Mio padre era impazzito. Dall’ euforia si è persino dimenticato di dirci “ho fame come un lupo” la frase senza la quale non varcava la soglia di casa. Ha raccontato di questa bambina goffa, con gli occhiali spessi, sicura di sé… con un talento spettacolare …Ha raccontato che anche se non dovesse più avere altre bellissime esperienze, questa ne valeva per tutto il resto della sua vita.Ammetto, ero un pò incuriosita, ho chiesto il nome della bambina, ma era finita lì. 1 anno dopo… Prova d’orchestra del Conservatorio, ci comunicano che dovremo accompagnare 8 bambini prodigio che verranno dalla Germania. Arriva una bambina, goffa, con gli occhiali spessi, sicura di sé … si presenta e io ricordo il nome… potete immaginare come l’ho guardata … “aaaaah ecco, vediamo adesso!” era il mio pensiero … Accorda, si prepara, attacchiamo Beethoven: concerto per violino … DIVINA … non dico altro. Mi sono innamorata di questo esserino immediatamente, ancora per due anni ho avuto la fortuna d’accompagnarla, è nata l’amicizia e per anni ho seguito la sua ascesa nel mondo dei grandi. Cosa devo aggiungere – solo un Grazie. Grazie a mio padre che nonostante tutti gli sforzi, non è riuscito a togliermi da questo mondo della musica e grazie a te esserino stupendo …
Ero sempre amante dei puzzle. Riuscivo a stare a cercare gli incastri per ore. Spesso me li mandava o portava la zia da Londra, perché da noi non era semplice trovarli. Quelle poche volte che si trovava qualche scatola con almeno 500 pezzi, costava così tanto che i miei dicevano di no! Ma io da brava figlia di genitori poveri avevo risparmiato, tornavo al negozio e arrivavo a casa con la scatola colorata nuova di zecca, con il sorriso e la felicità dentro. Sotto il letto tenevo la spianatoia di mia mamma (ormai piena dei minuscoli pezzettini) e pregavo che non le venisse in mente di preparare qualche impasto o i biscotti per il tempo necessario di finire il mio “quadro”. Ogni volta che avevo bisogno di scaricare la rabbia, o mi assaliva la malinconia, o semplicemente mi annoiavo, la tiravo fuori e accendevo la radio con la musica classica. Perché vi racconto questo: sto ascoltando il Simon Bolivar orchestra che sotto la bacchetta di Claudio Abbado esegue la sesta sinfonia di Cajkovskij. Immediatamente mi sono sentita come a casa mia, più o meno quattordicenne che insieme a mio fratello inginocchiati per terra componevano il puzzle ascoltando la musicassetta dove da una parte sentivamo Variazioni Rococò per violoncello e orchestra, e dall’altra proprio questa sinfonia. Ho ricordato i profumi, la luce di quell’attimo, il quadro da fare, e mio fratello che pazientemente cercava con me. Cajkovskij mi ricorderà sempre questi momenti di pace e serenità. Grazie
E i ricordi riaffiorano… Ricordo che circa a quest’ora a casa mia iniziava il caos. La mamma che rientrava dal lavoro, stirava la camicia bianca di mio papà e iniziava con la preparazione dei buonissimi panini, insalate e altre cose che ci avrebbe servito la sera. Mio padre fresco di dopobarba, vestito in smoking e la camicia (quella stirata 10 minuti prima) che caoticamente cerca l’orologio da polso e l’arco perché fra poco deve uscire. Deve andare a suonare, a far divertire la gente. Profuma, e si sente la sua importanza in tutta la casa. Noi figli rimanevamo con mamma, seduti sul divano a guardare quello che la TV offriva e a mangiare i panini, insalate, dolci e bere la pepsi cola. Diciamo che il mio Capodanno passato con tutta la famiglia non esisteva affatto. Mio padre da solo, e noi restanti quattro a casa al caldo. Anni dopo.Mia madre rientrava dal lavoro, stirava la camicia bianca di mio padre, e mi aiutava con l’acconciatura. Poi iniziava i preparativi per la cena… panini, insalate, dolci e pepsi cola. Mio padre profumava di dopobarba che si mescolava con il mio profumo. Tutti e due vestiti di bianco e nero caoticamente cercavamo l’orologio da polso di mio papà perché dovevamo uscire. Andavamo a suonare, a far divertire la gente. Si respirava la nostra importanza!La famiglia si divideva ancora, ma stavolta nessuno era solo, e mio papà a mezzanotte brindava con me, con la figlia che diventando sua collega passava con lui la parte significante della sua vita.
Ero piccola, (cinque anni?) ma faccio fatica a dimenticare i colori e sopratutto il profumo dello spogliatoio di una palestra per le ginnaste. Era la prima volta per me, la mamma che mi cambiava e chiacchierava con un’altra ragazzina (tre anni più grande) che era rientrata per prendere una cosa. Non mi dimenticherò mai il percorso dallo spogliatoio all’enorme porta che mi ha aperto il mondo dello sport. Questo mondo che stava per essere anche mio, era pieno di minute ginnaste, chi saltava, chi correva per affrontare la diagonale del corpo libero, chi faceva gli addominali e chi piangeva. Sì, si piangeva pure. Ho visto due travi della grandezza giusta e altre tre più piccole, un percorso per il volteggio, uno per provare le diagonali (era stupendo perché finiva in una buca enorme piena di pezzi morbidi), pedana del corpo libero, due parallele asimmetriche e una sbarra, e gli attrezzi per rinforzare la muscolatura. Che mondo, che profumo, che paura. Per sei anni entravo ogni giorno da quella porta e sarà per sempre una parte di me
Natale a casa mia. Non preparavamo l’albero di Natale così tanto in anticipo. Nella mia famiglia la tradizione voleva che l’albero apparisse “dal nulla” … Il miracolo per me non durò per tanti anni … ma dovevo stare al gioco ancora per un po’ per “tutelare” la fantasia dei miei due super fratelli minori. Il 24/12 la nostra mamma si svegliava all’alba. Iniziava a pulire gli spazi che non erano occupati da noi dormiglioni e preparava tutto il necessario per la cena Natalizia. Dovete sapere, che la nostra vasca da bagno era occupata (minimo da 24 ore) da una trota che può o meno felicemente nuotava ignara del suo imminente destino. A lei più tardi ci pensava il papà, e doveva affrontare i suoi due figli maschi che seduti davanti alla porta del bagno, cercavano di impedire il “trotomicidio”. Da noi infatti la cena natalizia consisteva in zuppa di cappuccio, trota impannata e insalata di patate. Non tutti noi amavamo la trota, perciò la mamma preparava anche qualche bistecca impannata. Santa lei. Poi arrivava la nonna paterna, la mano preziosa che aiutava in cucina e non solo. Dopo il pranzo, verso le tre del pomeriggio, noi bimbi e la nonna scendevamo a giocare con le palle di neve, facevamo il pupazzo di neve e ci ghiacciavamo per bene. Solo quando il miracolo non era più un miracolo per me ho capito che questa “uscita forzata” serviva ai miei genitori per allestire l’albero, preparare i regali e chiudere il salotto a chiave. Il salotto diventava la stanza proibita. Si aspettava il Gesù bambino. Non capirò mai perché lo facevamo, non eravamo credenti. Nessuno di noi bambini era battezzato, io sono entrata in chiesa solo per suonare, e i miei fratelli per sentirmi. Ma comunque, aspettavamo il Gesubambino.Mangiavamo velocemente – noi bimbi – perché l’attesa era straziante. Sapevamo che a momenti avremmo sentito il campanellino (che mio padre attaccava ad uno spago per muoverlo senza essere scoperto) che ci diceva che il Gesù bambino era passato. Che gioia aprire il salotto e vedere l’albero bellissimo – rigorosamente vivo – con tantissimi regali. Il resto? Solo bellezza e gioia … libri, vestiti, profumi, strumenti finti, calze, pigiami e tanti tanti sorrisi.
Buona notte… Erano queste le ultime parole che sentivo poco prima di infilarmi nel mio letto con le lenzuola arrivate dalla “lontana” Londra. La lampadina dei miei antenati che illuminava giusto quel po che serviva per farci stare il libro. Amavo il semibuio, l’atmosfera un pò malinconica, le tende alla vecchia maniera e se avessi potuto (i miei non me lo hanno mai permesso) avrei usato solo le candele. Mi sentivo un pò l’amante di Heathcliff, o di padre Ralph, o di Rhett Butler … Appena finivo di leggere accendevo la radio con musicassetta – il trio per pianoforte, violono e corno di Brahms – e mi addormentavo. Purtroppo mi svegliava il rumore del tasto PLAY che dopo aver riprodotto la musica tornava al suo posto con un rumore improponibile. Piena delle emozioni del libro mi riaddormentavo subito … La mia sveglia? La radio che sempre alla stessa ora proponeva FEVER di Ella Fitzgerald. Che risveglio … mi manca. Buona notteeee
Abitavo vicino ad un parco con il vialetto ormeggiato agli alberi su tutti e due i lati. Era lunghissimo e pieno di bellissima penombra quando la neve copriva i rami. I rami mossi dal peso ci facevano “chapeau” e chiudevano il percorso nella loro intimità creando un quasi tunnel. Non era difficile vederlo, bisognava accendere un po’ d’immaginazione e varcare la soglia della fantasia. I rami di ferro dei lampioni notturni invece, non si inchinavano mai sotto il peso della neve, si limitavano ad ammiccare a tutti i passanti, come se la fatica di sopportare la neve avesse tolto un po’ d’energia alla luce, che diventava calda, umile e rivelatrice. Dopo le nevicate importanti, mio padre portava me e i miei due super fratelli giù e posizionandoci sotto i rami che si inchinavano davanti a noi, con un calcio muoveva l’albero e ci faceva riempire di neve. Selezionava gli alberi adatti a noi naturalmente. Io, essendo la più grande potevo sopportare la “valanga” più grande, a loro bastavano due tre rami poco robusti …Non vi riesco a descrivere quanto mi piaceva stare lì, sotto, ad aspettare “uno, due, tre” e poi … il rumore della neve che colpiva il cappuccio sulla mia testa, correva sulla giacca, e creava intorno a me un piccolo cerchio. Non so se questo era successo due o cinquanta volte, ma non credo abbia importanza. Io me lo ricordo.
La febbre da viaggio… ogni volta che decido di preparare la valigia, il tripudio si insedia in me. Non mi era spesso possibile di viaggiare, o per via del lavoro, o perché non avevo tanti soldi, per mancanza del compagno/a del viaggio e sopratutto per poco tempo a disposizione, che spesso usavo per andare a casa mia. Ma comunque amo viaggiare, amo spostarmi, conoscere e vivere i posti diversi, e sopratutto mi piace osservare la gente che viaggia! Dal novembre 2016 questo è il mio quarto spostamento (Venezia, Firenze, Milano, Vienna). Penso che tutto questo mio “girovagare” ha avuto inizio a marzo 2016 quando ho deciso di andare da sola a Toronto per sorprendere la mia cara amica Sandra Rondzik Popik per i suoi 40anni. Lo scrigno di Pandora era scoperchiato. Visto che non mi capitava spesso di viaggiare da sola, soffro sempre di “febbre da viaggio”. La notte prima della partenza non dormo benissimo, perché ho paura di addormentarmi, di non aver messo in valigia tutto quello che mipotrebbe servire, di dimenticare i biglietti, di sbagliare il treno, o aereo, o non arrivare in tempo a fare il cambio, di non riuscire. Invece mi ricordo i spostamenti “pazzi” dei miei genitori che sono stati capaci di partire per la notte con una LADA e andare in Grecia. Così, senza aver prenotato nessun posto dove stare. Mia madre ha incastrato le valigie o borsoni vari per terra dietro i sedili anteriori, sopra stendeva una coperta di lana è un lenzuolo, mancava il cuscino e la coperta leggera e io avevo il posto dove dormire durante il trasporto notturno. I miei due super fratelli dividevano il sedile (sedile unico), e dormivano “al piano superiore”. Adoravo questo “alloggio” … sentivo il rumore delle ruote, ogni buca, ogni irregolarità dell’asfalto … mi sentivo quasi “sulla strada”. Dormivo benissimo. I panini, l’acqua, il caffè, il the, il panno bagnato per lavarsi le mani e una borsa di plastica per i rifiuti. Non serviva altro. Arrivati in Grecia … iniziò la ricerca dell’appartamento, per il quale poter spendere i soldi guadagnati da mio papà durante il trimestre passato in Germania a suonare per i clienti delle città di cura. Le ferie più fighe mai fatte. Treno per Vienna è pieno zeppo, c’è chi studia, chi legge le cavolate, chi dorme, chi mangia, chi telefona e chi scrive il post su FB.

Galleria Carlo Giampieretti Galerie 5

articoli Alto Adige quotidiano

gita a Firenze 3.classe femminile

gita a venezia 2. e 3. classe femminile

modellismo

Natale per alunni poveri

ottobre 1958 – centenario morte Luigi Negrelli

visite Istituto tecnico Bolzano e cava marmo Lasa

Hotel Bristol

MERANO. Bortoli Luigi

Con la messa all’asta degli oltre 500 lotti appartenuti agli arredi del Grand Hotel Bristol, il celebre albergo, con tutto ciò che rappresentò, entrerà definitivamente nell’oblio, salvo riemergere saltuariamente quale punto focale di un’epoca.
Inaugurato il 10 agosto 1954, con la benedizione del patriarca di Venezia Cardinal Angelo Roncalli futuro Giovanni XXIII, il grande albergo visse il suo splendore fino a tutti gli anni ’70 per poi lentamente decadere e giungere alla chiusura nel 1993 e all’abbattimento nel marzo del 2007.
A raccontare del Bristol e del suo splendore, è uno dei suoi direttori storici, Hugo Debiasi. Dopo aver svolto una funzione di capo ricevimento, quindi di vicedirettore, e in seguito a una breve pausa esservi ritornato in veste di direttore dal 1966 al 1976, degli anni vissuti al Bristol mantiene il ricordo più bello e vivido della carriera. «L’armatore Arnaldo Bennati, artefice della costruzione del Bristol – racconta – era solito frequentare Merano che grazie al clima offriva benefici al figlio malato. Alloggiava al Continental (l’attuale Meranerhof) e in considerazione della sua assidua frequentazione, ad un certo punto decise di acquistare un albergo. La sua scelta cadde sul Bristol, non particolarmente grande, nato su una struttura ancora più piccola che si chiamava Andreas Hofer e che definire albergo sarebbe un po’ esagerato. Bennati prima decise di far ingrandire la struttura, quindi optò per l’abbattimento e la costruzione del Bristol che tutti abbiamo conosciuto.
«Per l’opera ingaggiò Marino Meo, architetto navale, e questo spiega il perché una delle caratteristiche del Bristol fu quella di avvalersi di concezioni e arredi propri delle navi. Il nuovo albergo, costruito quasi con più ferro che cemento, si presentò come una costruzione davvero formidabile, all’avanguardia a livello internazionale. È stato il primo hotel in Europa ad ospitare sul tetto una piscina. Era un hotel raffinatissimo ed esclusivo, anche negli arredi. Era stato scelto il meglio del meglio.
«La hall era molto spaziosa. Il salone delle feste con un lampadario enorme, fatto a mano dalla Seguso, con la Cenedese una delle più grandi vetrerie veneziane, era enorme. Poi c’era la saletta colazione, un grande ristorante con tappeti immensi comprati in Iran, pezzi unici. E poi vasi preziosi tra cui dei ‘cinesi” autentici.
«La Merano di quegli anni era frequentata da ospiti di spessore internazionale e il Bristol era la loro casa. Naturalmente erano tutelati nella loro riservatezza. L’albergo ospitava anche numerosi congressi. Ricordo in particolare un simposio dentistico internazionale organizzato dal professor Singer, che portò in città i più grandi specialisti mondiali del settore. E il professor Fritz Singer era una punta di diamante in campo odontoiatrico.
«Forse oggi non ce ne rendiamo più conto – riflette Debiasi – ma il Bristol rappresentò davvero l’ultimo atto della tradizione meranese ottocentesca dei grandi alberghi. Per dare un’idea basti pensare che quando fu aperto s’avvalse di un organico di 120 dipendenti. Quando lo diressi io ne contava 80, ed erano ancora una bella cifra. Dopo 10 anni dovetti scendere a una cinquantina e i miei successori, calarono ancora a 30 persone. Insostenibile.
«C’era tanta bella gente. Ricordo la famiglia Flick, titolare della Mercedes. Certa clientela, già allora, arrivava a Merano a bordo del proprio aereo personale atterrando all’aeroporto di Bolzano. Altro motivo di grande richiamo fu l’ippodromo, capace d’attrarre un turismo internazionale. Al Bristol accolsi regnati (ricordo la cugina della Regina d’Inghilterra), artisti di fama internazionale (lo stilista Emilio Schubert, il nostro Alighiero Noschese, Joachim Fuchsberger, attore tedesco), la nobildonna Albertoni e il commendator Tagliabue, legati al mondo dell’ippica. Quest’ultimo era generoso a tal punto che un anno in cui vinse il Gran Premio, svuotò le cantine offrendo da bere a tutti: in albergo non rimase una goccia di champagne. Ma la cosa che forse potrà apparire strana è che tutte queste persone agli occhi dei più irraggiungibili, nei rapporti interpersonali erano molto alla mano. Oserei dire normali. A tale proposito ricordo la semplicità del principe Esfandiari, padre della regina Soraya, moglie dello Scià Reza Pahlavi, col quale ebbi un ottimo rapporto. E poi gli Invernizzi, ex proprietari della Galbani, che arrivavano in Rolls Royce.
«Il personale era selezionato in modo rigoroso. Ciò nonostante capitò anche chi si dimostrò inadeguato. Un maitre che s’era presentato con tutte le carte in regola, servendo ad una cena il proprietario della Rowenta, Heuckeroth, servi un flambé che si trasformò in incendio.
«Si – sospira l’ex direttore – quella del Bristol fu davvero una grande stagione. Arnaldo Bennati, già proprietario del Bauer Gruenwald e per un periodo della gestione del Grand Hotel, entrambi di Venezia, ad un certo punto acquistò anche l’Hotel Paradiso in val Martello. L’idea era di sviluppare l’attività alberghiera ma c’era anche l’intenzione di utilizzare il personale del Bristol pure d’inverno. Ma i tempi stavano davvero cambiando e arrivò inesorabile il declino.

Galleria Carlo Giampieretti Galerie 3

concorso nazionale maggio 1957 educazione stradale Roma -4.classificata – prof.Foschi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1957/58 prof. Arcari , corsi di nuoto – Schwimmen Kurse

1957/59 Corso di vetrinistica

1957/58 Natale – Weihnachten

1958- Mostra lavori femminili

ottobre 1958 – centenario della morte di Luigi Negrelli

Gennaio 1958 – giornata neve Avelengo

1958/59 – attività sportive

alla galleria Carlo Giampieretti zur Galerie 4

 

Galleria Carlo Giampieretti Galerie 2

1952/53- Mostra lavori – Austellung

1954/55- mostra lavori aperta pubblico – Austellung

1955- Natale/Weihnachten

1955 – Sezione femminile – Frauen Sektion

1955/56 . Mostra lavori- Austellung

1955/56 – Studenti dirigono il traffico –  Schule und Verkehr

1956 Natale – Weihnachten

alla Galleria Carlo Giampieretti zur Galerie 3

Galleria Albino Chiasera Galerie

Albino Chiasera

 Albino ricorda con tre bellissime immagini di quando visse in Val d’Ultimo dal 1954 al 1960

1955- St. Walburga d’Ultimo.
Stiamo entrando per ricevere la Prima Comunione, bimbi Tedeschi assieme ai due bimbi Italiani.
Fra poco il Bimbo Divino nascerà nella grotta della nostra anima profonda e gli angeli vi canteranno “Pace in terra per gli Uomini di Buona Volontà”. Per questo avremo ispirata anche la saggezza del bue e la laboriosità dell’asinello. Dopo che il Bimbo Divino è entrato nella nostra anima, abbiamo il dono dell forza, nonostante la tanto difficile convivenza, di sedere allo stesso tavolo della canonica, per bere una tazza di cacao preparata per ciascuno di noi, assieme ad un meraviglioso pane dolce preparato solo per quell’occasione.
La mia spiritualità è nata in questo contesto : gli uomini di buona volontà, anche se contrapposti, possono condividere e rafforzare i loro grandi valori spirituali che li accumunano sedendosi al tavolo della buona volontà.
(Io e Paolo Cappello siamo quelli seduti in due, di fronte agli altri).

 

in italiano

La vita quotidiana è la nostra cultura
Dokumentation Südtiroler Kulturzentrum
Pubblicato e redatto da Solveig Freericks, Franz Pichler e Isolde Tappeiner
Tipografia Union -Merano
Einführung auf deutsch
Presentazione di Grazia Barbiero
Vent’anni di cultura antagonista nei manifesti del Südtiroler Kulturzentrum
Sono sospesi tra arte e storia i manifesti di vent’anni di cultura antagonista in Sudtirolo, racchiusi in una delle sigle più significative, testimone e protagonista di quella cultura: il SÜDTIROLER KULTURZENTRUM. Nato negli anni ‘70, quando ormai è finito “il periodo in cui si saltava in aria e ci si odiava”1, il sodalizio offre una convincente casa comune alla sinistra sudtirolese plurale e diversificata perché sa accogliere le sue differenze e farle tra loro parlare. Della ricca produzione (teatro, film, concerti, en plein air session, discussioni, convegni di studio, happening, performance), i manifesti sono la sua anima iconica e quindi evocativa, che si fa guardare per spingere la mente altrove. L’appuntamento è a quella bellissima stagione di ricerca, di produzione di linguaggi reinventati, eversivi per il sistema, rivoluzionari per chi li ha pensati e fatti diventare vita e modo di stare al mondo, consumata negli anni ‘70, ‘80, fino a metà degli anni ‘90.

Visti uno dopo l’altro, i manifesti sono un lungo rosario di denunce, riflessioni critiche e proposte di pratiche politiche e sociali. L’eco che arriva fino a questo 2000 non appartiene al suono di un quartetto d’archi addomesticato e soave. Non c’è traccia di armoniosità. Si capisce che c’è rivolta nell’aria.
Conservati come reliquie nella casa meranese di Solveig e Franz Pichler, animatori del Kulturzentrum sudtirolese e custodi della sua memoria, i manifesti sono il resoconto fedele dei vent’anni d’oro di quell’intellettualità tedesca, geograficamente stretta tra il Brennero e Salorno, orgogliosamente non omologata e dislocata sul crinale scomodo e minoritario della sinistra culturale e politica.
Il gruppo d’azione è una pattuglia mobile, una sorta di collettivo aperto che opera nelle città ma anche nelle valli; si sposta a Innsbruck, a Vienna e qualche volta nel vicino Trentino. Si muove spesso in compagnia di altri coraggiosi “compagni di strada”. Sono la Südtiroler Hochschülerschaft, il Kulturkreis M.Gaismair, Radio Tandem, il circolo “La Comune”, la libreria “La Sinistra”, il circolo Rinascita ma anche il Bertolt Brecht, la CGIL/AGB ARTI VISIVE, il Centro per il terzo mondo, il Movimento delle donne, il “Komitee für Frieden”, la “Gesellschaft für bedrohte Völker”, ma anche AGB/CGIL, SGB/CISL, SGK/UIL, Acli, Circolo 1° Maggio e – tra i partiti e i movimenti politici – la NUOVA SINISTRA/NEUE LINKE (dal 1978 al 1983), LA LISTA ALTERNATIVA PER L’ALTRO SUDTIROLO/ALTERNATIVE LISTE FÜR DAS ANDERE SÜDTIROL (dal 1983 al 1988), DEMOCRAZIA PROLETARIA/ARBEITERDEMOKRATIE, IL PARTITO COMUNISTA/KOMMUNISTISCHE PARTEI ITALIENS.
Il SÜDTIROLER KULTURZENTRUM nasse ufficialmente nel 1975. Nel 1978 muore, a Brunico, giovanissimo, Norbert C.Kaser (poeta che l’Einaudi nel 1994 inserisce nell’antologia dei nuovi poeti tedeschi, tradotto in italiano da Giancarlo Mariani). Al suo funerale partecipano i sudtirolesi che non sono in sintonia con la politica della Südtiroler Volkspartei. Silvius Magnago e il suo partito, in una fase di autonomia realizzata e di consolidata tutela delle minoranze nazionali, tedesca e ladina, sono attestati anacronisticamente sul fronte che individua la difesa delle etnie minoritarie nel loro isolamento dall’etnia italiana di maggioranza. Le scelte di governo sono potentemente governate da questo “assunto di partenza” capace di imporsi come regola del vivere di ogni giorno.
In questo stesso anno, Alexander Langer raccoglie le più innovative esperienze e pratiche antinazionaliste, maturate negli anni precedenti, nella Nuova Sinistra/Neue Linke e viene eletto in Consiglio Provinciale e regionale a rappresentare il nuovo movimento interetnico.
Il partito comunista/Kommunistische Partei Italiens ha tre consiglieri provinciali, tra cui Josef Stecher che appartiene alla ristrettissima cerchia di cittadini di lingua tedesca che già alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 (viene eletto una prima volta nel 1973) infrange la regola aurea “un tedesco vota solo un partito tedesco”. Lo fa in nome dell’internazionalismo proletario. L’establishment lo fa sentire un traditore della patria.
La destra italiana è rappresentata dal Movimento sociale italiano che ha un solo esponente. Democrazia cristiana, Partito socialista ma anche i socialdemocratici sono appagati vassalli del partito di maggioranza assoluta. Südtiroler Volkspartei e governo dell’autonomia provinciale s ono diretti saldamente da Silvius Magnago: l’identificazione tra partito di raccolta etnica e istituzione autonoma di governo è totale.
Periodo di grandi fermenti, questa fine degli anni ‘70 incassa intellettuali di lingua tedesca che vogliono una società meno blindata etnicamente e spostata più a sinistra, raccolta attorno alla Die Brücke di Alexander Langer, Siegfried Stuffer, Josef Schmid, Josef Perkmann, dà i suoi buoni frutti.
Perkmann fonda l’AGB/CGIL, il sindacato di classe anche per i lavoratori e le lavoratrici di lingua tedesca che per la prima volta possono riconoscersi in un’organizzazione non etnica.
La voglia dei cittadini di lingua italiana di accasarsi nel Sudtirolo plurilingue è in forte espansione.
Nel 1979, il partito comunista intercetta la nuova tendenza che confina nel passato l’idea italianista di un Alto Adige pezzo qualunque d’Italia, dove è giusto “parlare italiano e basta”. In poche settimane, a migliaia i cittadini italiani di Bolzano, Merano, Bressanone, Brunico, Vipiteno, Laives, Bronzolo e Ora firmano la petizione comunista che chiede l’apprendimento facoltativo del tedesco già dall’asilo. Anche molti cittadini e cittadine di lingua tedesca condividono la richiesta senza paura di negative contaminazioni. Nasce l’Associazione dei genitori per il bilinguismo precoce con Zanirato ed altri/e.
La Südtiroler Volkspartei commette un errore storico: non coglie la positività del nuovo autonomismo degli italiani e si nasconde dietro una rigida interpretazione dello Statuto del 1972 per negare l’utile possibilità che potrebbe consentire di imparare meglio il difficile tedesco. Dieci anni dopo, nel 1989, è la destra italiana a chiedere di abolire l’obbligo del bilinguismo. Sono moltissimi gli italiani che dicono di sì a questa semplificatoria sirena del passato che risponde ad una logica antitetica a quella che animava “L’onda aperta” del ’79. E’ la risposta alla porta chiusa in faccia dieci anni prima dal governo di Magnago e dell’assessore alla cultura Anton Zelger, edificato sulla diffidenza e sulla paura.
Si deve aspettare ancora un altro decennio, il 1999, perché la SVP consenta la “sperimentazione” del bilinguismo precoce. Alle elezioni provinciali dell’88, la destra italiana elegge quattro consiglieri, il Partito comunista un solo rappresentante e alta lista Verde/alternativa sono assegnati due seggi.
Nell’81, Alexander Langer rifiuta “il catasto etnico”. Chiede che il censimento sia anonimo come previsto dallo Statuto d’autonomia e permetta di stabilire la consistenza numerica dei gruppi etnici senza attribuzione nominale una volta ogni dieci anni. Quelli che “obiettano” perché rifiutano la “schedatura” o perché non si riconoscono nei tre gruppi linguistici codificati, in quanto figli di genitori misti o altro, si vedono negati i più elementari diritti civili: dal diritto di candidare alle elezioni per i comuni a quello di accedere all’edilizia popolare o agevolata. La sinistra storica, sia quella di governo, il PSI, sia quella d’opposizione, il PCI, accetta l’impostazione data al censimento dalla Südtiroler Volkspartei. Qualche anno dopo, la “svista” più eclatante viene riparata con l’istituzione di un quarto gruppo misto, ma la penalizzazione degli obiettori continua. Alexander Langer è la vittima più illustre. Nel 1995 è costretto a subire l’ingiustizia più grave quando non gli viene concesso di candidare a sindaco di Bolzano perché non ha rilasciato la dichiarazione etnica al censimento nominativo della popolazione. Quest’illegittima norma viene cancellata solamente dopo la sua morte, agli inizi del 2000, quando la sua esistenza fisica non era più in grado di disturbare gli assetti di potere.
Alexander Langer si suicida proprio nel 1995, il 3 luglio, dopo anni esclusivamente dedicati alla “lettura delle società multietniche” e alle lotte per la convivenza arricchente tra persone di etnia, lingua e cultura differenti. Il 1995 è anche l’anno in cui infuria l’odio etnico in una parte cruciale d’Europa e la Bosnia diventa terra insanguinata da una guerra interna che sembra non debba avere mai fine. Un anno prima, nel 1994, Langer scrive il Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica e nel marzo ’95, in un’intervista spiega: “sono convinto che ormai il tempo sia più che maturo perché ci si occupi non solo e non tanto dei diritti etnici (o nazionali o confessionali) ma della ricerca di criteri per costruire un ordinamento della convivenza pluriculturale, che non potrà essere in primo luogo concepito come un insieme di norme e situazioni legali, ma soprattutto di valori e di pratiche della mutua tolleranza, conoscenza e frequentazione”.
Nel 1981 e negli anni successivi, il Kulturzentrum si esprime contro il censimento etnico nella forma voluta dalla SVP. In questo stesso anno, il gruppo promuove la grande mostra panoramica “Anche – auch Südtirol/o” al Kursaal di Merano che viene replicata a Vienna, al Palais Palffy, nella Josefsplatz.
Arriva fino al centro dell’Austria socialdemocratica la denuncia dell’odiosa cappa di regime che opprime la libertà d’espressione e offende l’intelligenza di un popolo. Il manifesto di Franz Pichler “Schützt die Dolomiten Blüten”, bellissima poesia verbo-iconica che gioca sulla polisemia delle immagini e delle parole, presenta la grande mostra. La fioritura allude alle notizie addomesticate e monopolizzanti offerte dal potente quotidiano della famiglia Ebner. Ma la fioritura esprime anche lo struggente amore di Pichler per la sua terra. L’artista confeziona anche un oggetto cult di quest’epoca: il Dolomiten/omelette.
Già nel 1978, Jakob De Chirico firma il manifesto che irride il Dolomiten, unico e potente quotidiano di lingua tedesca. Si deve aspettare fino al 1997 perché nasca un secondo quotidiano scritto in tedesco, “DIE NEUE SÜDTIROLER TAGESZEITUNG”, diretto da Arnold Tribus. E’ efficace poesia visiva e sonora, il manifesto in bianco e nero di De Chirico che riproduce la sigla del Dolomiten per dire che non è solo il Tagblatt der Südtiroler, come recita la scritta sul giornale. Aggiunge al testo originale semplicemente “Volkspartei”. E’ sufficiente questa correzione perché il Dolomiten sveli la sua vera natura. Non è il quotidiano dei sudtirolesi ma della sua “padrona”, la Südtiroler Volkspartei. Questa è la verità. De Chirico ride divertito di tanta scoperta, scrivendo a lettere cubitali proprio sotto il Dolomiten “HA HA HA”. Leggere significa rifare il suono irriverente che ha proprio 1′ “HA HA HA” pronunciato ad alta voce.
Il manifesto murale di straordinaria forza emotiva realizzato da Christian Pardeller nel 1975: “Wir sind nicht reif für die Universität/Non siamo abbastanza maturi per l’università” riporta una frase di Hugo Gamper della SVP rilasciata in un’intervista al quotidiano “L’Adige”. “E domani?” aggiunge Pardeller. Risponde al posto di Gamper “Siamo troppo stupidi?”. Questo manifesto è ancora gioco di parole, intreccio di caratteri, cambio repentino e ironico di registro, quasi la sceneggiaturadi un pezzo di teatro, di una commedia delle parti. E’ un’opera di scrittura visuale in sintonia con le ricerche care alla sperimentazione della Neoavanguardia italiana e internazionale degli anni ’60 e ’70, dalla poesia visiva alla nuova scrittura, alla poesia concreta e sonora. Felici prosecuzioni delle presedenti sperimentazioni futuriste (le parolibere) e dadaiste (i poemi-oggetto). E’ di Pardeller la performance sotto i portici a Bolzano, dove erige un altarino a Magnago. Viene la polizia e sequestra il suo lavoro. E’ il1979. Pardeller muore giovane, dopo aver accompagnato a casa Dominikus Andergassen, un altro esponente di punta del Kulturzentrum. Un anno prima viene occupata la casa dell’Ex Monopolio Tabacchi a Bolzano. Tutti sanno che il sindaco d’allora, il democristiano Giancarlo Bolognini ha deciso di abbatterla per fare posto ad un parcheggio. L’edificio ristrutturato potrebbe invece diventare un utile centro culturale e di aggregazione sociale in una città in cui questi spazi mancano. La lunga occupazione trasforma l’edificio semidiroccato in un posto confortevole, un vero centro sociale ante-litteram che accoglie gli emarginati di ogni tipo e con loro e per loro fa musica, teatro, dialogo vero sui problemi di ognuno e del mondo. All’alba di un giorno triste, le ruspe abbattono implacabili il Monopolio e le speranze di un’intera generazione subiscono un duro colpo. Molti protagonisti dell’occupazione recitano nello spettacolo di teatro bilingue “Teste tonde e teste a punta” di Bertolt Brecht, diretto dal regista austriaco Götz Fritsch. Riuscita sperimentazione in cui ogni attore parla nella sua madrelingua.
Sempre di Christian Pardeller è un manifesto del 1974 che anticipa l’anno di inizio dell’attività collettiva del gruppo. Reca la scritta del posto di produzione: via Taramelli n. 13 a Bolzano. E’ il suo indirizzo di casa. “Si farebbero strada nuove idee – non possiamo permetterci di mettere in pericolo la SVP”. Per questo bisogna dire “no” all’Università a Bolzano, ammicca ironico Pardeller. Anche questa è un’invettiva giocata sul filo dell’ironia contro un potere politico che si ostina a negare l’istituzione dell’Università in un tempo in cui tutti la vogliono. Bisogna aspettare più di 25 anni e la SVP del dopo-Magnago, quella di Durnwalder, perché cada il muro del “no”.
Sempre Pardeller saluta nel ’78 la nascita della “Nuova Sinistra/ Neue Linke”. “Unsere Umwelt ist wertvoll, l’ambiente è prezioso” scrive e disegna una foglia autunnale. A colpire il cuore del sistema è l’intreccio esplicito delle immagini con le parole: le prime rafforzano le altre e viceversa. Mai l’immagine è pura decorazione, ornamento e mai la parola è didascalia dell’immagine. L’operazione attuata da questi operatori è la risposta nell’ambito delle arti visive – alla nuova domanda di partecipazione sociale che irrompe precipitosa e carica di aspettative sulla scena di mezzo mondo. Il gruppo di artisti che opera in Sudtirolo a partire dagli anni ’70 si configura come movimento radicale ed esplicitamente identificabile di rivolta estetica. Segna il passaggio dal modo individuale di produzione dell’arte a un processo socializzato di elaborazione delle forme. Fornisce una risposta alla crisi e ridefinisce il ruolo tradizionale dell’artista, supera l’aggregazione spontanea attraverso il rapporto dialettico con le forme e gli istituti della partecipazione politica, crea un’esperienza tesa a superare le difficoltà di socializzazione del linguaggio delle forme attraverso l’acquisizione e la diffusione delle tecniche dell’interazione, dell’animazione, dell’immediatezza della partecipazione. Il gruppo di artisti sudtirolesi che opera secondo questa prospettiva teorica e pratica non è periferico rispetto ad analoghe esperienze tedesche o francesi, attive in questi anni e si collega alle esperienze di Volterra del ’73 e a quelle presentate alla Biennale del ’76, curata da Enrico Crispolti che titola significativamente “Ambiente come sociale”. La provincia non è provinciale, quindi. Non è area di colonizazione. E’ espressione di un autentico movimento di decentramento culturale. Punta avanzata dell’innovazione dell’arte e del suo coinvolgimento attivo nei processi di cambiamento sociale e politico. Dominikus Andergassen, Jakob De Chirico, Sandro Freina, Kurt Hofer, Peter Kaser, Christian Pardeller, Franz Pichler, Peter ProEliner, Matthias Schönweger, GüntherVanzo ma anche Solveig Pichler, con i manifesti e gli interventi perfare esprimere la cratività dei bambini, allargano il campo d’esibizione degli artisti tradizionali. Un gioioso manifesto realizzato da Solveig Pichler nel 1980 chiama a raccolta i bambini “dagli otto anni in su” nella sede di Radio Alfa a Merano, in via Portici 105 al IV piano, per una session di libertà espressiva.
Questi artisti producono manifesti per chi passa e guarda. Inscenano happening di strada, come nei pisciatoi pubblici a Bolzano, dove espongono i loro lavori e partecipano all’inaugurazione elegantemente vestiti come fossero il pubblico delle gallerie e dei Musei. Vogliono protestare contro la mancanza di spazi espositivi. I pochi esistenti sono monopolizzati da artisti che praticano l’arte tradizionale della pittura su cavalletto e della scultura accademica. Pretendono il dialogo con la risposta creativa del fruitore; una comunicazione certamente minoritaria ma che coinvolge un grande numero di persone. Tutti affidano priorità al riconoseimento della funzione di comunicazione alternativa del manifesto murale. Lo affiggono sui muri delle strade urbane e preurbane e là dove i paesi sono microscopisi, a valle o in alta montagna. I manifesti non sono mai innocui, la loro carica di provocazione è furente. “Hilfen grida claustrofobico Matthias Schönweger imprigionato e schiacciato da tanti minacciosi “Wände” fisici e metaforici, eretti da chi non vuole farlo uscire allo scoperto. A imprigionarlo, sacrificarlo, zittirlo sono tanti muri di parole (Wände) tutti uguali che formano una griglia ordinata sia orizzontalmente che verticalmente. In mezzo, il grido che invoca aiuto (Hilfe) è uno solo. E’ facile individuarlo perché è parola diversa che surriscalda e attira lo sguardo. Poesia di parole che sono muri, o meglio muri ordinati di parole: non è solamente da leggere e guardare ma è soprattutto da urlare. Concettuale nell’austera forma gutenberghiana è fortemente drammatica e disordinata nella reazione che innesca. L”‘Hilfe” di Schönweger schiacciato dai muri che sono parole invoca il suo bisogno d’aria. Ma è chiaro che non è solo lui a chiedere aiuto. Il suo HILFE è l’idea di aiuto che anticipa l’aiuto gridato sul serio, invocato da quanti sentono il bisogno d’aria perché è l’aria dell’ora di libertà a mancare a metà degli anni ’70, anche in questa parte di mondo.
A Merano, negli anni ’70, le feste de L’Unità, coordinate da Domenico Carrara, non sono solamente posti dove si mangiano salsicce e si beve Lambrusco. Sono manifestazioni culturali in piena regola, collocate sul fronte avanzato dell’impegno politico e culturale. Gabriella Mammero realizza una mostra sulle differenze di gioco tra bambini e bambine, anticipando una riflessione teorica tutt’ora di grande attualità.
Vengono chiamati i cantautori più impegnati della canzone politica italiana, da Ernesto Bassignano a Gualtiero Bertelli; arrivano anche Loredana Perissinotto, Camillo Tonini e fise Hanl con il teatro d’animazione che nasce proprio in questi anni. Jakob De Chirico, sempre bilingue per scelta culturale e per identità personale, sceglie il fumetto, la striscia pedagogica per illustrare le guerre contadine di metà 500, con testi di losef Perkmann, per denunciare lo sfruttamento delle lavoratrici dei magazzini di frutta, per protestare – già nel 1971- contro la chiusura della “Montedison” a Sinigo, alle porte di Merano. li suo “Piedino”, l’uomo che ha un piede al posto della testa è l’archetipo di tutti gli uomini che hanno per testa un piede. La striscia racconta l’uomo oscurato, I’ Hitler qualunque che ha la testa a forma di piede. Non è nato e morto una volta per tutte questo mostruoso ” Piedino”. Si riproduce ogni volta che la Ragione si oscura e che la testa si lascia mandare via da un qualsiasi piede.
Nel 1984, a Merano, espongono i propri lavori nel grande Kursaal il gruppo di artisti del Südtiroler Kulturzentrum allargato a gardenesi delle Arti Visive/CGIL-AGB come Egon Moroder Rusina, Leander Piazza, Manfred Mureda e agli “inattuali” Pancino e Franco Verdi. Ad accogliere il pubblico è il grande cappello tirolese di Manfred Mureda. Sono artisti che si mettono in rete, come Netzgruppe.
“Più ci dividiamo e più ci separiamo, meglio ci capiamo”: una frase che Franz Pichler inventa in un manifesto dei primi anni ’70 e attribuisce ad Anton Zelger. Nessuno mette in dubbio l’autenticità della firma dell’assessore perché è sintesi fedele della sua filosofia politica. Paradossalmente, neppure lo stesso Zelger sente il bisogno di pronunciare una smentita: accetta la paternità di quello slogan e la rivendica in pubblico.
“Wähle Links/Vota a sinistra” dice il Südtiroler Kulturzentrum ad ogni appuntamento elettorale, in segno di rispetto per la sinistra che è plurale e diversificata anche in Sudtirolo.
“Wir wissen wer ihr seid, die unsere Jugend zu Tode spritzt” dice Kurt Hofer nel 1983. Nell’ “isola” di Silvius Magnago muoiono tanti ragazzi per droga, tra il ’70 e l’80. Sono italiani tedeschi e ladini a morire, senza distinzione né di classe né d’etnia. E’ di Peter Kaser, invece, il bellissimo “Dolomiten Teufel”.
I calendari del Kulturzentrum scandiscono con pazienza rivoluzionaria il tema costitutivo della sua esistenza: l’ossessiva idea che tutto il Sudtirolo può diventare più consapevole e felice. A questa terra serve una cultura diffusa, capace di sprovincializzarla e renderla avamposto, laboratorio politico, linguistico e culturale. Ricordano che Kafka ha scritto qui le sue lettere a Milena e che Schnitzler e Pound non ne apprezzavano solo l’aria pulita. Nel 1990, uno degli ultimi manifesti grida: “Non distruggete questo piccolo paradiso”, contro l’abbattimento dell’Hotel Merano nella città del Passirio.
Il gruppo del Kulturzentrum non dimentica mai di essere minoranza nazionale. Conosce le difficoltà di essere sudtirolesi, come dice Claus Gatterer. Solidarizza con tutte le minoranze oppresse del mondo. Nel 1988 chiama Benny Nato De Bruyn dell’African National Congress. Nel 1987 si occupa di curdi, armeni, assiri. La pace è sempre presente come bene, pratica della non violenza, pre-condizione di qualsiasi esistenza civile e di ogni progetto interetnico.
Tanti sono i manifesti che annunciano concerti, film e pezzi di teatro. Franco Marini è regista dell’indimenticabile “Szenen aus dem Bauernkrieg” del 1976. Evelyn Andergassen, Luciano Casagrande, Irmtraud Mair, Richard Menghin, Benno Simma formano l”‘ArbeitersinggruppeN e suonano e cantano in tanti concerti. Gerhard Mumelter, Joseph Zoderer, Leopold Steurer, Umberto Gandini animano molti dibattiti.
Con la pubblicazione dei manifesti di vent’anni di cultura antagonista, il Sudtirolo storicizza un pezzo recente della sua storia.
A tutti e non solo ai protagonisti di questa ruggente stagione viene offerta l’opportunità di coglierne l’attualità perché la fiducia e la capacità nella trasformazione della realtà non siano confinate nel passato e imprudentemente archiviate. Infatti c’è chi pensa che un’azione come quella dell’arte nei pisciatoi non sia più possibile in questo normalizzato Sudtirolo d’inizio secolo.