Racconti – Erzählungen Lucia Suchanska

Mio Padre – Nei giorni dei concerti rientrava verso le 22:00 con addosso il frack sopra la camicia di un bianco impeccabile e stirata a dovere, papillon, un cappotto, i capelli perfettamente a posto, i baffi tirati come sempre, e in mano la custodia lunga rigida con la maniglia in pelle, che conteneva l’arco. Il contrabbasso non rientrava mai con lui, rimaneva in auditorium, e io ero invidiosa che non se lo doveva portare dietro come me (il mio piccolo contrabbasso). Rientrava affamato ma mai si è tirato indietro quando io curiosa chiedevo com’è andata. Mi raccontava del direttore d’orchestra, se era bravo o meno, dei colleghi, dei passaggi difficili e secondo lui inutili, delle matite che spezzerebbe ai certi compositori. Un giorno del 1993 è rientrato completamente su di giri. Ci ha raccontato che ha vissuto un esperienza eccezionale, e io ero già scettica, figuriamoci poi quando ha raccontato di una bambina prodigio di 10 anni che si è esibita come solista accompagnata dall’orchestra in concerto di MENDELSSOHN. Dovevate vedere la mia faccia!!!! Ero sempre stata prevenuta verso questi piccoli geni, bambini prodigio o virtuosi (scegliete voi l’etichetta da appiccicare) anche perché odiavo la loro fortuna, il loro non dover faticare come lo dovevamo fare noi altri esseri umani meno fortunati.
Mio padre era impazzito. Dall’ euforia si è persino dimenticato di dirci “ho fame come un lupo” la frase senza la quale non varcava la soglia di casa. Ha raccontato di questa bambina goffa, con gli occhiali spessi, sicura di sé… con un talento spettacolare …Ha raccontato che anche se non dovesse più avere altre bellissime esperienze, questa ne valeva per tutto il resto della sua vita.Ammetto, ero un pò incuriosita, ho chiesto il nome della bambina, ma era finita lì. 1 anno dopo… Prova d’orchestra del Conservatorio, ci comunicano che dovremo accompagnare 8 bambini prodigio che verranno dalla Germania. Arriva una bambina, goffa, con gli occhiali spessi, sicura di sé … si presenta e io ricordo il nome… potete immaginare come l’ho guardata … “aaaaah ecco, vediamo adesso!” era il mio pensiero … Accorda, si prepara, attacchiamo Beethoven: concerto per violino … DIVINA … non dico altro. Mi sono innamorata di questo esserino immediatamente, ancora per due anni ho avuto la fortuna d’accompagnarla, è nata l’amicizia e per anni ho seguito la sua ascesa nel mondo dei grandi. Cosa devo aggiungere – solo un Grazie. Grazie a mio padre che nonostante tutti gli sforzi, non è riuscito a togliermi da questo mondo della musica e grazie a te esserino stupendo …
Ero sempre amante dei puzzle. Riuscivo a stare a cercare gli incastri per ore. Spesso me li mandava o portava la zia da Londra, perché da noi non era semplice trovarli. Quelle poche volte che si trovava qualche scatola con almeno 500 pezzi, costava così tanto che i miei dicevano di no! Ma io da brava figlia di genitori poveri avevo risparmiato, tornavo al negozio e arrivavo a casa con la scatola colorata nuova di zecca, con il sorriso e la felicità dentro. Sotto il letto tenevo la spianatoia di mia mamma (ormai piena dei minuscoli pezzettini) e pregavo che non le venisse in mente di preparare qualche impasto o i biscotti per il tempo necessario di finire il mio “quadro”. Ogni volta che avevo bisogno di scaricare la rabbia, o mi assaliva la malinconia, o semplicemente mi annoiavo, la tiravo fuori e accendevo la radio con la musica classica. Perché vi racconto questo: sto ascoltando il Simon Bolivar orchestra che sotto la bacchetta di Claudio Abbado esegue la sesta sinfonia di Cajkovskij. Immediatamente mi sono sentita come a casa mia, più o meno quattordicenne che insieme a mio fratello inginocchiati per terra componevano il puzzle ascoltando la musicassetta dove da una parte sentivamo Variazioni Rococò per violoncello e orchestra, e dall’altra proprio questa sinfonia. Ho ricordato i profumi, la luce di quell’attimo, il quadro da fare, e mio fratello che pazientemente cercava con me. Cajkovskij mi ricorderà sempre questi momenti di pace e serenità. Grazie
E i ricordi riaffiorano… Ricordo che circa a quest’ora a casa mia iniziava il caos. La mamma che rientrava dal lavoro, stirava la camicia bianca di mio papà e iniziava con la preparazione dei buonissimi panini, insalate e altre cose che ci avrebbe servito la sera. Mio padre fresco di dopobarba, vestito in smoking e la camicia (quella stirata 10 minuti prima) che caoticamente cerca l’orologio da polso e l’arco perché fra poco deve uscire. Deve andare a suonare, a far divertire la gente. Profuma, e si sente la sua importanza in tutta la casa. Noi figli rimanevamo con mamma, seduti sul divano a guardare quello che la TV offriva e a mangiare i panini, insalate, dolci e bere la pepsi cola. Diciamo che il mio Capodanno passato con tutta la famiglia non esisteva affatto. Mio padre da solo, e noi restanti quattro a casa al caldo. Anni dopo.Mia madre rientrava dal lavoro, stirava la camicia bianca di mio padre, e mi aiutava con l’acconciatura. Poi iniziava i preparativi per la cena… panini, insalate, dolci e pepsi cola. Mio padre profumava di dopobarba che si mescolava con il mio profumo. Tutti e due vestiti di bianco e nero caoticamente cercavamo l’orologio da polso di mio papà perché dovevamo uscire. Andavamo a suonare, a far divertire la gente. Si respirava la nostra importanza!La famiglia si divideva ancora, ma stavolta nessuno era solo, e mio papà a mezzanotte brindava con me, con la figlia che diventando sua collega passava con lui la parte significante della sua vita.
Ero piccola, (cinque anni?) ma faccio fatica a dimenticare i colori e sopratutto il profumo dello spogliatoio di una palestra per le ginnaste. Era la prima volta per me, la mamma che mi cambiava e chiacchierava con un’altra ragazzina (tre anni più grande) che era rientrata per prendere una cosa. Non mi dimenticherò mai il percorso dallo spogliatoio all’enorme porta che mi ha aperto il mondo dello sport. Questo mondo che stava per essere anche mio, era pieno di minute ginnaste, chi saltava, chi correva per affrontare la diagonale del corpo libero, chi faceva gli addominali e chi piangeva. Sì, si piangeva pure. Ho visto due travi della grandezza giusta e altre tre più piccole, un percorso per il volteggio, uno per provare le diagonali (era stupendo perché finiva in una buca enorme piena di pezzi morbidi), pedana del corpo libero, due parallele asimmetriche e una sbarra, e gli attrezzi per rinforzare la muscolatura. Che mondo, che profumo, che paura. Per sei anni entravo ogni giorno da quella porta e sarà per sempre una parte di me
Natale a casa mia. Non preparavamo l’albero di Natale così tanto in anticipo. Nella mia famiglia la tradizione voleva che l’albero apparisse “dal nulla” … Il miracolo per me non durò per tanti anni … ma dovevo stare al gioco ancora per un po’ per “tutelare” la fantasia dei miei due super fratelli minori. Il 24/12 la nostra mamma si svegliava all’alba. Iniziava a pulire gli spazi che non erano occupati da noi dormiglioni e preparava tutto il necessario per la cena Natalizia. Dovete sapere, che la nostra vasca da bagno era occupata (minimo da 24 ore) da una trota che può o meno felicemente nuotava ignara del suo imminente destino. A lei più tardi ci pensava il papà, e doveva affrontare i suoi due figli maschi che seduti davanti alla porta del bagno, cercavano di impedire il “trotomicidio”. Da noi infatti la cena natalizia consisteva in zuppa di cappuccio, trota impannata e insalata di patate. Non tutti noi amavamo la trota, perciò la mamma preparava anche qualche bistecca impannata. Santa lei. Poi arrivava la nonna paterna, la mano preziosa che aiutava in cucina e non solo. Dopo il pranzo, verso le tre del pomeriggio, noi bimbi e la nonna scendevamo a giocare con le palle di neve, facevamo il pupazzo di neve e ci ghiacciavamo per bene. Solo quando il miracolo non era più un miracolo per me ho capito che questa “uscita forzata” serviva ai miei genitori per allestire l’albero, preparare i regali e chiudere il salotto a chiave. Il salotto diventava la stanza proibita. Si aspettava il Gesù bambino. Non capirò mai perché lo facevamo, non eravamo credenti. Nessuno di noi bambini era battezzato, io sono entrata in chiesa solo per suonare, e i miei fratelli per sentirmi. Ma comunque, aspettavamo il Gesubambino.Mangiavamo velocemente – noi bimbi – perché l’attesa era straziante. Sapevamo che a momenti avremmo sentito il campanellino (che mio padre attaccava ad uno spago per muoverlo senza essere scoperto) che ci diceva che il Gesù bambino era passato. Che gioia aprire il salotto e vedere l’albero bellissimo – rigorosamente vivo – con tantissimi regali. Il resto? Solo bellezza e gioia … libri, vestiti, profumi, strumenti finti, calze, pigiami e tanti tanti sorrisi.
Buona notte… Erano queste le ultime parole che sentivo poco prima di infilarmi nel mio letto con le lenzuola arrivate dalla “lontana” Londra. La lampadina dei miei antenati che illuminava giusto quel po che serviva per farci stare il libro. Amavo il semibuio, l’atmosfera un pò malinconica, le tende alla vecchia maniera e se avessi potuto (i miei non me lo hanno mai permesso) avrei usato solo le candele. Mi sentivo un pò l’amante di Heathcliff, o di padre Ralph, o di Rhett Butler … Appena finivo di leggere accendevo la radio con musicassetta – il trio per pianoforte, violono e corno di Brahms – e mi addormentavo. Purtroppo mi svegliava il rumore del tasto PLAY che dopo aver riprodotto la musica tornava al suo posto con un rumore improponibile. Piena delle emozioni del libro mi riaddormentavo subito … La mia sveglia? La radio che sempre alla stessa ora proponeva FEVER di Ella Fitzgerald. Che risveglio … mi manca. Buona notteeee
Abitavo vicino ad un parco con il vialetto ormeggiato agli alberi su tutti e due i lati. Era lunghissimo e pieno di bellissima penombra quando la neve copriva i rami. I rami mossi dal peso ci facevano “chapeau” e chiudevano il percorso nella loro intimità creando un quasi tunnel. Non era difficile vederlo, bisognava accendere un po’ d’immaginazione e varcare la soglia della fantasia. I rami di ferro dei lampioni notturni invece, non si inchinavano mai sotto il peso della neve, si limitavano ad ammiccare a tutti i passanti, come se la fatica di sopportare la neve avesse tolto un po’ d’energia alla luce, che diventava calda, umile e rivelatrice. Dopo le nevicate importanti, mio padre portava me e i miei due super fratelli giù e posizionandoci sotto i rami che si inchinavano davanti a noi, con un calcio muoveva l’albero e ci faceva riempire di neve. Selezionava gli alberi adatti a noi naturalmente. Io, essendo la più grande potevo sopportare la “valanga” più grande, a loro bastavano due tre rami poco robusti …Non vi riesco a descrivere quanto mi piaceva stare lì, sotto, ad aspettare “uno, due, tre” e poi … il rumore della neve che colpiva il cappuccio sulla mia testa, correva sulla giacca, e creava intorno a me un piccolo cerchio. Non so se questo era successo due o cinquanta volte, ma non credo abbia importanza. Io me lo ricordo.
La febbre da viaggio… ogni volta che decido di preparare la valigia, il tripudio si insedia in me. Non mi era spesso possibile di viaggiare, o per via del lavoro, o perché non avevo tanti soldi, per mancanza del compagno/a del viaggio e sopratutto per poco tempo a disposizione, che spesso usavo per andare a casa mia. Ma comunque amo viaggiare, amo spostarmi, conoscere e vivere i posti diversi, e sopratutto mi piace osservare la gente che viaggia! Dal novembre 2016 questo è il mio quarto spostamento (Venezia, Firenze, Milano, Vienna). Penso che tutto questo mio “girovagare” ha avuto inizio a marzo 2016 quando ho deciso di andare da sola a Toronto per sorprendere la mia cara amica Sandra Rondzik Popik per i suoi 40anni. Lo scrigno di Pandora era scoperchiato. Visto che non mi capitava spesso di viaggiare da sola, soffro sempre di “febbre da viaggio”. La notte prima della partenza non dormo benissimo, perché ho paura di addormentarmi, di non aver messo in valigia tutto quello che mipotrebbe servire, di dimenticare i biglietti, di sbagliare il treno, o aereo, o non arrivare in tempo a fare il cambio, di non riuscire. Invece mi ricordo i spostamenti “pazzi” dei miei genitori che sono stati capaci di partire per la notte con una LADA e andare in Grecia. Così, senza aver prenotato nessun posto dove stare. Mia madre ha incastrato le valigie o borsoni vari per terra dietro i sedili anteriori, sopra stendeva una coperta di lana è un lenzuolo, mancava il cuscino e la coperta leggera e io avevo il posto dove dormire durante il trasporto notturno. I miei due super fratelli dividevano il sedile (sedile unico), e dormivano “al piano superiore”. Adoravo questo “alloggio” … sentivo il rumore delle ruote, ogni buca, ogni irregolarità dell’asfalto … mi sentivo quasi “sulla strada”. Dormivo benissimo. I panini, l’acqua, il caffè, il the, il panno bagnato per lavarsi le mani e una borsa di plastica per i rifiuti. Non serviva altro. Arrivati in Grecia … iniziò la ricerca dell’appartamento, per il quale poter spendere i soldi guadagnati da mio papà durante il trimestre passato in Germania a suonare per i clienti delle città di cura. Le ferie più fighe mai fatte. Treno per Vienna è pieno zeppo, c’è chi studia, chi legge le cavolate, chi dorme, chi mangia, chi telefona e chi scrive il post su FB.

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