Alessandro Branz

BAR OLIMPIA3 Foto BAR OLIMPIA 1

Se chiudo gli occhi per un momento, lo vedo ancora brulicare di persone la domenica mattina, avvolto in una cappa di fumo che il vecchio ventilatore non riusciva a sciogliere. Oppure assopito nei lunghi pomeriggi autunnali o primaverili, in attesa dell’ora fatidica delle cinque, che significava chiusura del turno di lavoro presso la Zuegg o altre aziende e quindi il sopraggiungere di lì a poco di alcuni affezionati operai, che si sarebbero rinfrancati dalle fatiche quotidiane con un buon bicchiere di vino o con una birra, prima di tornare alle rispettive famiglie. Si, di quel tempo non rimangono che i pilastrini che ornavano il giardinetto esterno e forse l’insegna: ma si può ben dire che il Bar Olimpia sia stato uno degli ultimi esempi di bar “popolare”, aperto a tutti, prima che gli anni Ottanta inondassero con il loro falso luccichìo la città e i suoi locali.
Parlare del Bar Olimpia di via Cavour, quindi, significa parlare di un modo d’essere, di una filosofia di vita. Lo frequentava un’umanità varia e ricca di sfumature: dal facoltoso possidente bavarese che immancabilmente, con mia sorpresa, si trangugiava un Campari dietro l’altro, in spregio alla salute del suo fegato, alla donna di servizio degli alberghi vicini (la famosa “Maddalena”), piccola e rotondetta, che molto spesso si apprestava a trascorrere una lunga serata in compagnia dell’amato “rosso” Torggler, non avendo nessuno che l’aspettasse a casa o ne rivendicasse l’affetto. Dal manager di madre lingua tedesca, che però conosceva l’italiano molto meglio di qualunque altro cliente, all’ubriacone della domenica (il “Verona”), indisponente ed offensivo, ma che evidentemente celava in sè un grande disagio se di lì a poco si sarebbe buttato da un ponte ponendo traumaticamente fine alle sue irrequiete giornate.
Del resto non è un caso che l’Olimpia abbia vissuto il suo periodo di gloria negli anni Cinquanta: anni di ottimismo e speranza, di ricostruzione di un tessuto nel contempo nazionale ed urbano. Come mi raccontava mio padre, era possibile incontravi, soprattutto nelle ore serali e notturne (il locale rimaneva aperto fino alle tre), figli di avvocati, professionisti, imprenditori, che a cavallo fra passato e futuro, annegavano i brutti ricordi in bottiglie di Martini o whisky, proiettandosi con ottimismo verso un decennio che appariva roseo e foriero di prospettive positive. E non è un caso che negli anni più recenti il Bar Olimpia sia stato sede di associazioni sportive facenti riferimento soprattutto al meranese: non solo l’Inter Club Merano, ma anche il Moser Club e la stessa A.C. Merano, nel segno di una fiducia nell’associazionismo come motore del progresso civico e sociale.
Personalmente, posso dire di essermi formato a questa scuola. Ricordo le lunghe conversazioni che intrattenevo, io studentello liceale ancora acerbo di politica, con il “Toni”, che mi spiegava quanto fosse democratica l’Unione Sovietica e quanto demoniaca la società americana; o con il “Paolo”, che difendeva con tenacia e indubbia capacità dialettica le scelte del PCI degli anni Settanta. Per non dimenticare il buon Claudio Casna, personaggio complesso ed apparentemente difficile da comprendere, in realtà critico e mai assimilabile ad una posizione unilaterale.
Tutti personaggi che potevano vantare due qualità oggi spesso dimenticate: la coerenza e lo spirito di solidarietà. Forse è proprio qui, nel corso di queste accese discussioni, che ho maturato un amore per il confronto e la democrazia. Perché se è vero che spesso le posizioni dei miei interlocutori erano affette da conservatorismo, è altrettanto vero che oggi provo nostalgia per quei momenti, in una società che non si ferma mai a riflettere e che fa della velocità il proprio totem.

(Alessandro Branz)

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4 thoughts on “Alessandro Branz”

  1. Come cugina dell’autore e nipote dei proprietari, ho rivissuto l’atmosfera di quel locale dove sono stata tante volte e dove ho passato tanti pomeriggi domenicali con i miei genitori. A me, golosa, salta subito all’occhio una grave omissione dell’autore: gli insuperabili gelati genuini e tradizionali fatti in casa dallo zio, per me i migliori di Merano.

    1. …l’autore leggerà il tuo commento e sicuramente correggerà questa grave mancanza 🙂 ….grazie mille per la precisazione e per il comune ricordo..:-)

    2. Chiedo venia per la “grave omissione”: spero poter riparare ed ottenere clemenza ricordando che c’erano clienti che venivano apposta da Bolzano a gustare quel gelato. Peraltro un degno concorrente di mio padre era lo zio Bubi, il fratello di mia madre, che operava però presso il Bar Turri di via Portici. Il dato negativo è che i controlli sanitari erano letteralmente asfissianti e ciò costrinse ad un certo punto mio padre a smettere e riconvertire sui gelati confezionati: a quel punto i controlli scomparvero….

  2. Alessandro leggerti, sia tu scriva di politica, sia di rievocazioni amarcord, è sempre un piacere. Restiamo in attesa dei prossimi capitoli.

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