Delia Boninsegna

 

 

Delia Boninsegna 2004 (1)bisSono una meranese brasiliana o una brasiliana meranese, questo non lo so più e non mi interessa.
Sono meranese di nascita, e a Merano ho trascorso tutta la mia infanzia e gioventù. In verità periodo breve, se penso che in Brasile ho vissuto molto più tempo. Quest’anno compio sessant’anni, sono del 1946 e il mio primo viaggio in Brasile l’ho fatto nel gennaio del 1971. In quegli anni si viaggiava in nave, e sono partita da Genova. Ad accompagnarmi c’era mio fratello maggiore, Tullio, e mentre aspettavamo sono arrivati in combi un gruppo di seminaristi del seminario dell’America Latina di Verona, dove avevo trascorso tre mesi di preparazione alla missione. Erano fuggiti per farmi una sorpresa e venirmi a salutare, e sul molo abbiamo cantato e fatto chiasso. Uno di loro aveva la chitarra e avevano portato una bottiglia di vino, e pane e salame. Poi arrivò il momento di partire: mi è rimasto nelle orecchie l’urlo della sirena della nave e la visione dei volti di Tullio e degli amici che si rimpicciolivano e della terra che si distanziava, ed io piangevo: addio Italia, addio gioventù, addio genitori e fratelli… forse inconsciamente sentivo che un capitolo della mia storia si concludeva. Dove mi avrebbe portato la nave? Che cosa mi aspettava laggiù? Cosa avrei fatto? Come mi sarei trovata…? Erano tutte domande che mi accompagnavano durante il viaggio che durò 12 giorni. Molte volte mi hanno chiesto perché sono partita, perché ho scelto il Brasile. Sono domande senza risposta precisa… Sono stati vari fattori che mi hanno portato pian piano, quasi inconsciamente, a questo passo che ha cambiato totalmente la mia vita; e a tutti questi fattori messi insieme io dico: è stata una chiamata alla missione. I fattori sono: prima di tutto la mia famiglia numerosa e l’educazione che ho ricevuto da essa.
Valori e principi saldi e sani: l’apertura agli altri, la rinuncia, l’abitudine alla condivisione, l’accettazione al diverso, tutto questo lo si praticava in casa perché eravamo tredici fratelli.La testimonianza viva di fede dei miei genitori, non una fede bigotta e passiva ma la fede di chi si lascia guidare, condurre ed accetta anche quando è difficile. Altro fattore importante è stato il momento storico: fine del ’68, tempi di contestazione e di cambiamento; il Concilio Vaticano II e la presenza del papa Giovanni XXIII; mio fratello Tullio che entrava nei piccoli fratelli di Charles Foucault; Carlo Carretto a Spello; Arturo Pauli attraverso i suoi libri, uno che mi ha marchiato è stato il “Dialogo della Liberazione”. Il corso CEIAL nel seminario dell’America Latina. In quel corso, anno 1970, eravamo 11 laici, 42 sacerdoti e 83 suore. Con tutto questo bagaglio partii per il nuovo mondo. Sbarcai a Rio de Janeiro, arrivammo al Porto di Guanabara al tramonto: ho ancora negli occhi la bellezza di questa visione. Scesi dalla nave con il rollio sotto ai piedi e stordita. Incontrai don Lino Allegri (un soffio familiare di aria di casa), e don Sergio Merlini di Firenze. Trascorsi alcuni giorni a Rio con loro ed altri nuovi amici. Poi con don Sergio prendemmo l’autobus per Salvador, 28 ore di viaggio. Finalmente raggiunsi la mia nuova comunità nella periferia di Salvador de Bahia, la parrocchia di Nossa Senhora de Guadalupe. Questa è stata la mia seconda scuola, con don Renzo Rossi, fiorentino e don Paulo Tonucci, marchigiano. I primi anni sono stati difficili e duri, spesso mi scontravo con don Renzo, mi ribellavo di fronte a tanta miseria, contestavo tutto e tutti e quasi fui espulsa dalla comunità. Poi pian piano, la nuova realtà mi rimodellava e mi trasformava.
Si arriva in missione sicuri, con certezze, ma la propria missione mette alla prova, ci fa passare attraverso il deserto dove tutto diventa relativo, dove crollano tutte le vecchie sicurezze e tutto si fa buio, anche la fede è messa alla prova. Da questo caos sono rinata e ho scoperto che non siamo noi la verità, che siamo fragili e inesperienti, con bisogno degli altri. Il diverso non fa più paura, non lo senti più come minaccia, ma ti accorgi che ti completa. La fede rinasce purificata e più salda.
La mia esperienza brasiliana è passata attraverso il duro e nero periodo della dittatura; è stata purificata dal ricco periodo delle comunità di base dove il popolo imparava a leggere e reinterpretare la realtà alla luce del Vangelo seguendo le tracce di frei Carlos Mesters; ed è stata rinvigorita dalla ricchezza della Teologia della Liberazione. Per tanti anni mio maestro e compagno è stato padre Paulo Tonucci.
In Italia si allargava sempre più la cerchia di amici che ci sostenevano. Tra questi metto in evidenza la Comunità del Cenacolo di Merano che mi ha sempre seguito e permesso di sentirmi presente e inviata della Chiesa locale. Attualmente continuo in Camaçari, nella Bahia, impegnata e coinvolta con l’associazione Paulo Tonucci, sorta per dare continuità all’opera e testimonianza di don Paulo. Ed è qui che io rivivo la mia “missione” cercando di continuare fedele al Vangelo.L’associazione si regge su questi principi: scelta preferenziale dei poveri, spirito di collegialità e condivisione, fiducia nella Provvidenza divina, accettazione del diverso come ricchezza per rinnovarsi e crescita mutua, vivere l’ospitalità come forma di solidarietà Ho sempre lavorato nella pastorale, con i catechisti, con gli animatori delle comunità di base ed ora continuo nella pastorale sociale, anche se per la parrocchia locale io non esisto o più precisamente sono esclusa. Tirando alcune conclusioni: Oggi nella Chiesa sono come figlia illegittima. In Italia e in Brasile sono straniera, ma io mi sento serena e recettiva. Ho ancora tanto da dare e altrettanto da ricevere e da imparare. Le frontiere, in tutti i campi, è l’uomo che se le crea per autodifendersi, per nascondere i suoi limiti. Il Brasile, o forse è più giusto dire la “missione”, aiuta a capire che il “venga il tuo Regno, sia fatta la Tua volontà” si realizza quando si superano le frontiere, si abbattono le barriere e i preconcetti, quando ci scopriamo che ovunque sempre siamo stranieri perché abbiamo qualcosa di nuovo da imparare, da scoprire, da aggiungere. Se l’umanità prendesse atto che la sua missione non è di togliere ne di sopprimere, ma di aggiungere e completare, il mondo, la storia, la Chiesa, riscoprirebbero il vero destino dell’uomo come cocreatore con l’unico e vero Signore.

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